Stanotte ho fatto fatica a dormire, per il caldo e per i pensieri che si affollavano come passeggeri che debbano salire su una metropolitana. Li sentivo schiacciati sudati compressi accaldati frettolosi insistenti ritardatari e volevano parlarmi tutti e a tutti i costi. Alle sei e mezza, quando la sveglia del cellulare ha squillato per la terza volta dopo che mi ero appena addormentata, ho pensato che dovevo fare una doccia per lavare via il vociare depositatosi sulla pelle come uno strato di polvere su di una macchina da rally. L'acqua che scivolava via sul pavimento della vasca ha formato parole che parlavano di me ma che non ho saputo decifrare. Mi sento un libro scritto in una lingua straniera che non ho studiato.

Postato alle 07:57 di lunedì, 30 giugno 2008


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Scirocco sulle spalle, caldo come uno scialle che d'estate ti ripara dal suo stesso vento. Fisso i miei occhi riflessi, neri come due capocchie di spillo fissate sulle orbite disegnate a matita di una bambola di pezza da imbastire. Li guardo ancora addormentati, sottolineati dalle occhiaie che seguono inevitabilmente il primo giorno di festival jazz. Li lascio scorrere sulla superficie del mare, liscio come un cambo da biliardo senza buche, fino a quando non si fissano di nuovo nello specchietto laterale. Poi lo sguardo torna sull'acqua. E penso. Che qualcuno mi ha detto che io ho gli occhi d'acqua. Mi chiedo. Cosa voglia dire. E. Cosa si veda di me dai miei occhi. Un detto africano che ho studiato tanti anni fa diceva che il corvo dice che i suoi occhi sono la sua anima. Kokosele se je bembu je erelè. O qualcosa del genere. Penso che il corvo ha gli occhi neri come capocchie di spillo, come i miei. Trasparenti, ma lucidi. Il corvo vola via come l'acqua scivola. Altrove. Vorrei scivolare sotto questo mare senza essere vista. Tenere gli occhi aperti e respirare acqua che lavi via la mia paura di sognare. Aspiro il profumo di eucalipto, conto fino a tre. Scatta il verde, e passo.

Postato alle 09:17 di mercoledì, 25 giugno 2008


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Considerazioni a caldo, appunti dall'aereo. Aer Lingus, 20 giugno 2008. h. 15.30 p.m.

Camminano sotto la pioggia riparandosi con l'Irish Indipendent oppure con niente. Viene da chiedersi se abbiano camicie e vestiti in ufficio, per cambiarsi appena rientrati dalla pausa caffè. Lavorano anche di notte. Scherzano spesso e ridono delle cose semplici, dimostrando un senso dell'umorismo poco sofisticato, che spiega perchè non siano amati dagli inglesi. Si infilano nelle fotografie, ti fanno lo sgambetto, ti toccano il gomito mentre fotografi per farti venire mosso lo scatto. Si offrono birre quando non le hanno ancora finite. Uomini altissimi ed enormi tanto da sembrarmi una foresta di sequoie in un locale notturno liberty, si spostano per lasciarmi passare, si scusano, sorridono, dimostrano un'anima da veri gentlemen. Donne dalla pelle chiarissima, amanti dell'abbronzatura artificiale o possibilmente vera,  camminano su tacchi altissimi e tailleur impeccabile, e spesso imprecano senza ritegno. Parlano una lingua incomprensibile ed un inglese altrettanto difficile. Mangiano patate con la buccia, burro, salmone, riso, pollo e se possono tutto quanto insieme. Sono ecologisti, sensibili, simpatici, per la metà sotto i trent'anni. Hanno gli autobus sempre in ritardo e i taxi che sfrecciano a duecento all'ora in pieno centro. Sì, decisamente mi sono piaciuti, gli abitanti di Dublino. O almeno la parte che ho visto, essendo chiusa nelle stanze di un convegno gestito da tedeschi. Meravigliosi, ma senza pietà.

Insomma, sono tornata.
Postato alle 23:33 di domenica, 22 giugno 2008


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Forse tra inquieti ci si riconosce. Fisso due occhi che sorridono da un quadro, in un giorno in cui per la prima volta in tanti anni i sogni non mi sembrano soltanto sogni. E mi riconosco nel bambino che guarda in su, che cerca e che crea. Ho voglia di partire. Il viaggio inatteso che mi aspetta domani non mi sembra neppure tanto casuale. A Dublino fa freddo, forse lì i sogni si conservano meglio. Io me li tengo stretti per un po'. Per paura che scappino.
Postato alle 19:06 di domenica, 15 giugno 2008


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Ferma al semaforo provvisorio mentalmente conto. Sedici cicche, tre lattine vuote, due bottiglie di birra altrettanto vuote di cui una rotta, svariati fazzoletti di carta, un ammasso di rottami indefiniti. A destra, sotto il muro, una ruota ha schiacciato la schiena di una vipera che tentava di attraversare la strada per raggiungere forse i cantonieri forse il mare. Mi piace immaginare una vipera romantica, una specie di soldatino di stagno della natura, un essere da fiaba di quelli che si innamorano di un essere che non li vede non li sente non li riconosce, un amore impossibile da urlare alla luce di un sole accecante come quello di adesso. Un sentimento così forte da farti lasciare per sempre il tuo muretto a secco per raggiungere il cantoniere tatuato che sta dall'altro lato della strada, per finire nel fuoco del caldo di giugno insieme alla carta e mentre diventi un tutt'uno con la striscia gialla pensare che sì, ne è davvero valsa la pena. Ho un soprassalto dovuto al torinese che alle mie spalle suona il clacson, il semaforo è rosso ma di là sono fermi, devo andare per soddifare una fretta di vacanze, poche centinaia di metri dalla spiaggia ed un semaforo temporaneo e un ligure che te ne impediscono l'accesso dopo ore di code, li capisco e poi tra poco devo essere in ufficio anch'io, ed è tardi. Ma fa caldo, e questa afa di nuvole mi opprime, mi toglie le forze. Dalla radio che qui perde il segnale esce solo un fruscio. Penso al libro di Carver che stavo leggendo prima di uscire. Dice che chi ama scrivere quando inizia a raccontare non sa mai dove andrà a finire. E' vero. Le parole escono da sole nel sole, come vipere da un muro a secco che ti si infilano sotto le ruote. Io non so mai dove andrò a finire. Ora che ci penso, di solito non finisco.
Postato alle 19:49 di martedì, 03 giugno 2008


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Vorrei essere capace a scrivere un post che non faccia una piega, come quei vestiti che quando li tiri fuori dalla valigia sembrano usciti dalla lavanderia.
Postato alle 10:47 di domenica, 25 maggio 2008


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Mi chiedo cosa provino o abbiano provato gli scienziati che vedono o hanno visto mutare il mondo sotto i loro occhi. Quale sia lo stupore, la curiosità, l'interesse accademico, la passione, il desiderio che li abbia spinti a lavorare tutta la vita o a desiderare di farlo su uno solo degli argomenti, o su una variante specifica di essi, che riguardi l'incessante movimento dell'universo. Mi chiedo questo di fronte ai chicchi di mais che dentro la mia padella si trasformano in pop corn. Confesso di non saper resistere a questo avvenimento quasi miracoloso. Mi sono anche comprata un coperchio trasparente. Non avrò risposte, probabilmente. Mi consolerò leccandomi le dita.
Postato alle 17:28 di giovedì, 22 maggio 2008


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Non riesco a dormire. Sono le quattro e mezza, e per la terza notte consecutiva fisso il rettangolo di luce attraversato da una barra diagonale che si staglia sul muro incurante dei riflessi arancioni delle tende che vorrebbero addolcirlo. Sono certa che ogni tanto provino a dirgli di non svegliarmi, e che lui, filtrando indomito tra le tende, venga ad accarezzarmi il viso per affetto e non solo per dispetto, per poi rimanere lì a fissarmi tutta la notte mentre, all'oscuro delle avances geometriche, la mia testa si rifugia sotto il cuscino. Dunque stanotte mi sono imposta di fissare le pupille nere nella sua luce chiara senza arretrare di un passo, nonostante le tende si ostinino a danzare sensuali al ritmo di una leggera brezza e le rane si siano messe d'accordo per gracidare più forte. Siamo qui, io e lui, fissi in un dialogo muto. Nel duello nessuno dei due arretra di un passo. Forse vorrei dirgli che la sua luce mi fa sentire diversa, quasi bella. Sembra che abbia le gambe più lunghe, la pelle chiara di un quadro di Ingres. Potenza della luce! Crea opere d'arte dal nulla, da sola. Un raggio, deformandosi come se mi leggesse nel pensiero, si allunga sul muro come un dito che indichi. Mi distrae solo un istante. Mi volto subito, ma la proiezione geometrica che dialogava con me non esiste più. Al suo posto, una cornice vuota di luce opaca. Le tende hanno avuto il sopravvento, trascinando via l'oggetto della mia attenzione. Un lieve dondolare di alghe di seta mi invita a stringere gli occhi. Li chiudo, e faccio un sogno in bianco e nero.
Postato alle 08:38 di giovedì, 15 maggio 2008


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Coltivo sogni come asparagi, sotto la sabbia.
Postato alle 16:00 di lunedì, 12 maggio 2008


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In questi giorni mi sento sempre al posto sbagliato. Come se fossi una tessera gialla in un puzzle tutto blu. Non riesco a parlare chiaro, nemmeno con me stessa. Mi siedo e le parole mi si ingarbugliano come fili di un gomitolo con il quale stia giocando un gatto dispettoso. Mi guardo le mani annodate, confusa. So che non è il momento di decidere niente. Arriverà un momento in cui sarà tutto chiaro: dove andare, e cosa fare. Fisso la luce del faro e mi dirigo verso l'approdo. All'arrivo in porto qualcosa cambierà.
Postato alle 11:01 di martedì, 06 maggio 2008


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